
Le leggi razziali furono un insieme di provvedimenti approvati dal regime fascista a partire dal 1938, che discriminavano e perseguitavano gli ebrei italiani. Privarono migliaia di cittadini dei loro diritti e prepararono il terreno alla loro deportazione durante l'occupazione tedesca.
Il re Vittorio Emanuele III le firmò.
1Il razzismo fascista

Il razzismo era già presente nel fascismo, soprattutto nelle colonie africane, dove dopo la conquista dell'Etiopia furono vietati i matrimoni tra italiani e africani. Nel luglio 1938 fu pubblicato il "Manifesto degli scienziati razzisti", che affermava, contro ogni fondamento scientifico, l'esistenza di una "razza italiana" di cui gli ebrei non facevano parte.
La svolta antisemita coincise con il rafforzamento dell'alleanza con la Germania nazista.
2I provvedimenti

Dall'autunno 1938 gli ebrei furono espulsi dalle scuole pubbliche, sia come studenti sia come insegnanti, e dalle università. Furono esclusi dagli impieghi pubblici, dall'esercito e dal partito, e limitati nella proprietà di terre e aziende e nell'esercizio di molte professioni. Furono vietati i matrimoni tra ebrei e non ebrei. Gli ebrei stranieri dovevano lasciare l'Italia.
3Le conseguenze

Circa 40.000 ebrei italiani persero il lavoro, la scuola e la possibilità di una vita normale; molti emigrarono, tra cui scienziati come Enrico Fermi, la cui moglie era ebrea. Dopo l'8 settembre 1943, con l'occupazione tedesca e la Repubblica sociale, gli ebrei furono arrestati e deportati nei campi di sterminio: dei circa 8.000 deportati dall'Italia ne tornarono poche centinaia.
4La memoria

Le leggi razziali furono abolite dopo la caduta del fascismo. Il 27 gennaio, anniversario della liberazione di Auschwitz, in Italia si celebra il Giorno della Memoria.
Testo originale di Viaggio nella Storia,
licenza CC BY 4.0.
Immagini da Wikimedia Commons: autore e licenza nelle didascalie.
Per approfondire: la voce «Leggi razziali fasciste» di Wikipedia.
Hai trovato un errore? Seleziona la frase e premi ⚑ Segnala, oppure .